Cappella Gentilizia nel Duomo di Napoli dedicata a S Pietro e S. Anastasia Martire

La cappella gentilizia della gens Minutolorum sorge all’interno della Cattedrale di Napoli. Il Duomo di Santa Maria Assunta e di San Gennaro, iniziato da Carlo I d’Angiò tra il 1298 ed il 1299 e poi completato dal figlio Carlo II e dal nipote Roberto, presenta l’impianto originario a croce latina a tre navate, divise da sedici pilastri con colonne sovrapposte. Il soffitto cassettonato di legno intagliato e dipinto, decorato da grandi tele, di Giovanni Balducci, Giovan Vincenzo Forli e altri pittori tardo–manieristi, raffiguranti Storie di Cristo e della Vergine, fu commissionata nel 1621 dal cardinale Decio Carafa, in sostituzione della semplice copertura a capriate lignee di epoca angioina. Alla metà del Settecento risale l’intervento decorativo sui pilastri della navata con la realizzazione di edicole di marmo che incorniciano i busti di quattordici Santi Vescovi napoletani.

All’interno del Duomo, come è descritto da Stanislao Aloe nel libro Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze (Napoli 1845), «si contano quindici cappelle gentilizie, oltre quella del Tesoro, l’ipogeo di S. Gennaro, detto volgarmente il soccorpo, e la chiesa di Santa Restituta, che han pure ingresso dalla chiesa grande.» Conservano ampie testimonianze del primitivo aspetto gotico le quattro cappelle ai lati dell’abside (cappella della famiglia Tocco, la cappella dell’Assunta, la cappella Brancaccio, la cappella Minutolo).

La cappella Minutolo, dedicata ai Santi Pietro Apostolo e Anastasia Martire, è la prima collocata nella navata di destra, e costituisce uno degli esempi più integri di architettura e decorazione due e trecentesca. L’antichissima cappella Minutolo, si legge nel libro di Stanislao Aloe,«in origine non era che una delle due torri campanarie che si ergevano ai lati del frontespizio dell’antica cattedrale di rito latino, fondata nella metà del secolo VIII da Stefano II, doge e vescovo di Napoli, onde fu detta Stefanìa. Nel costruire il duomo, fu distrutta la vecchia cattedrale; ed una delle sue torri, diroccata fin dove bastò per essere incorporata al novello edifizio, fu ridotta in quella forma che or ha, con disegno dello stesso Masuccio I

La cappella è stata per molti anni chiusa al pubblico per una serie di lavori di restauro, curati dalla Soprintendenza ai Beni artistici del Comune di Napoli, che hanno interessato la preziosa pavimentazione, gli affreschi e le sculture interne. La conclusione dei lavori (1996-’97) è stata possibile grazie al significativo aiuto e interessamento di Valentino e Ferdinando Capece Minutolo, del ramo dei duchi di S. Valentino, linea dei duchi del Sasso, di Antonio Capece Minutolo di Canosa e del figlio Ernesto Capece MInutolo, principe di Canosa.   

La cappella, costruita per volontà dell’arcivescovo Filippo Minutolo, rappresenta una costruzione di architettura gotica, con volta a crociera, cordonata, composta da due campate ed un vano absidale a costoloni ad ogiva, oltre l’arco maggiore a sesto acuto. Conserva un pavimento a mosaico, con bellissimi frammenti d’impiantito cosmatesco ed ha nel centro un clipeo in marmo bianco con l’arma dei Minutolo (un leone rampante variato), con raffigurazioni animali del XIII secolo. Le pareti sono tutte affrescate, ma dipinte completamente lasciano intravedere poche tracce della decorazione originaria trecentesca e del secolo seguente.

Si tratta di  interventi decorativi ad affresco a partire dalla fine del XIII secolo di Tommaso degli Stefani, raffiguranti «nella parte superiore i principali fatti della vita di nostro Signore», scrive Stanislao Aloe, «la crocifissione di San Pietro, e la sua liberazione dalla prigione, la decollazione del Battista, e la morte del protomartire Stefano: nella parte inferiore sono effigiati da mano ignota i personaggi più illustri di questa famiglia, messi l’un dopo l’altro ginocchioni in atto di preghiera, incominciando da Landulfo, che morì nel 1240. Son tutti vestiti secondo il costume religioso o militare de’ tempi in cui vissero, ed i più antichi guerrieri portano il corno sul cimiero in segno di valore e di nobiltà. Tutte le quali pitture, ch’erano il più antico monumento della nostra scuola pittorica, furono non ha guari miseramente ridipinte e circondate di goffi ornamenti, niente acconci alle venerande opere di quegli antichi maestri».

All’interno della cappella c’è una piccola sagrestia attigua, con le pareti che recano affreschi raffiguranti gli antenati della famiglia Capece Minutolo. È presente una edicoletta gotica dei primi del quattrocento, con colonnine tortili, pampini intagliati nei timpani e due angioletti nelle cuspidi laterali. L’opera appartiene alla scuola dell’Abate Antonio Baboccio.

L’altare è caratterizzato dalla mensa che è sostenuta da due colonnine tortili. Il paramento è formato da un importantissimo graffito di stile bizantino raffigurante una porta ad arco tondo con soprasesto impiantato su colonnine tortili, con ai lati le figure di Aronne e Zaccaria, reggenti il turibolo. Nell’interno del sarcofago è una croce ansata in vetro. Altri pezzi di pasta vitrea sono nella mitra, nei turiboli ed altrove. Il marmo ha carattere dei tempi normanni, con iscrizione al piede in caratteri neo-gotici riguardanti l’Arcivescovo Filippo Minutolo.

Il sepolcro del cardinale e arcivescovo di Napoli Enrico Minutolo è collocato sull’altare grande della cappella: la statua del cardinale giace sulla cassa, che s’innalza al di sotto di una cupoletta a sesto acuto sostenuta da quattro colonne a spira e ricca di statuette e di ornamenti bellissimi, opera della scuola di Antonio Baboccio da Piperno, realizzato nel 1405. Consta d’un grande baldacchino sostenuto da colonne tortili poggianti su leoni accosciati, reca nel timpano l’arma dei Minutolo e nella parte estrema hanno le funzioni di acroteri, quattro statuine rappresentanti la Madonna col Bambino, l’angelo e la Vergine dell’Annunciazione ed un’altra statuina. Al di sotto del baldacchino sta il sarcofago con santi a bassorilievo e nel centro il presepe. Il sarcofago poggia su due virtù alate. Al di sopra è la statua giacente del sepolcro in abiti pontificali, assistita da due angeli. Altri due angeli sollevano le cortili mostrando la camera mortuaria.

Al di sopra statue rappresentanti il Calvario, il Crocifisso, tra la Vergine e S. Giovanni. Il monumento è lavorato nelle forme pisane di Tino da Caimano, dall’Abate Baboccio.

Al lato destro è presente la tomba dell’arcivescovo napoletano Filippo Minutolo (morto nel 1301 e traslato nel 1721 nella cripta sotterranea, fu riportato nel  sarcofago negli anni ’60 – vedi articolo sull’argomento), che è celebre per l’illustre personaggio che racchiude, il quale ha ispirato la novella del Boccaccio di Andreuccio da Perugia. È costituito da un sarcofago con mosaici vitrei e clipei marmorei di stile cosmatesco; sostenuto da sette colonnine tortili di varie fogge. Al di sopra è la statua giacente dell’illustre prelato con mitra, casula e pallium crucigero.

Dal lato opposto c’è la tomba di Orso Minutolo (morto nel 1333), arcivescovo salernitano: il sarcofago reca clipei con le figure e bassorilievi dei Santi Pietro e Paolo e nel centro la Madonna col Bambino. Nel lato sottostante la testa del defunto c’è l’arma dei Minutolo. Il prelato è rappresentato disteso sul letto di morte con mitra, casula e pallina.

Nell’abside, davanti al complesso sepolcro marmoreo di Enrico Minutolo, è di grande interesse il prezioso Trittico in legno su fondo in oro. Nella tavola centrale è rappresentato il Crocifisso in grande aureola circondata da angeli, in grembo l’Eterno Padre. In alto il pellicano nel nido che nutre i suoi nati. Negli sportelli laterali, in quello di destra S. Ludovico da Tolone e S. Giovanni Battista; in quello di sinistra S. Pellegrino e S. Anastasia. Sopra gli archetti pensili delle ali del trittico due profeti in tondi. Nelle cuspidi il Redentore nel mezzo e la Madonna e L’angelo dell’Annunciazione ai lati.

Il dipinto, pubblicato da Adolfo Venturi nel quinto volume della sua storia dell’arte (pag. 756, figura 605) è attribuito dallo stesso autore al senese Paolo di Giovanni Fei (1372-1410), a cui fu commissionata la realizzazione dell’opera dal cardinale Enrico Minutolo, che era a Siena al seguito di papa Gregorio XII nel 1407. Il trittico fu portato nella cappella Minutolo alla morte del cardinale, avvenuta nel 1412. Le prime notizie del Trittico si trovano nel Discorso istorico intorno alla cappella de’ signori Minutoli (1778) di Benedetto Sersale.

Uscendo dalla cappella, sulla destra è presente il cenotafio di Giovan Battista Minutolo, opera realizzata dal napoletano Domenico d’Auria. La statua, ritta ed armata, è collocata in una nicchia che sovrasta l’avello, il quale si compone di un bel frontespizio corinzio con due colonne di fior di persico. (La descrizione della cappella è tratta dalla relazione scritta della Soprintendenza ai beni artistici di Napoli, attualmente in possesso del principe di Canosa, Ernesto Capece Minutolo).

Regolamento del Compatronato gentilizio

La cappella è tutelata da un compratonato gentilizio il cui regolamento fu stabilito e sancito con uno statuto il 16 maggio 1935, sottoscritto da diversi membri dei Capece Minutolo, presso lo studio di Napoli del notaio Gaetano Tavassi (documento attualmente in possesso del principe di Canosa, Ernesto Capece Minutolo). Nello specifico lo statuto si compone di 19 articoli. Citiamo di seguito alcuni articoli che sintetizzano la finalità del regolamento del compatronato gentilizio: (art. 2°)«Le parti intervenute confermano spettare alla gente Capece Minutolo, nei due rami Canosa e S. Valentino, epperò a tutti e ciascuno dei componenti tali rami, in presente ed in futuro e nei sensi del cennato solenne giudicato della terza sezione della Corte di Appello di Napoli, del ventisei maggio – ventitré giugno millenovecentoventisei, il patronato gentilizio della Cappella dedicata ai Santi Pietro Apostolo e Anastasia Martire nel Duomo di Napoli»; (art. 3°)«Pertanto essi, per sé e loro successori e per ogni componente le loro famiglie attuali e future, in stretto riferimento al carattere gentilizio della fondazione, ne riconoscono l’essenza Sacra e la destinazione al Culto Cattolico, Apostolico, Romano»; (art. 5°)«I diritti e gli oneri inerenti alla sostanza del patronato e alla proprietà e possesso della Cappella che ne è l’oggetto risiedono pertanto in ciascun componente la gente Capece Minutolo nei due rami suddetti»; (art. 6°)«Tutti gli aventi diritto, presenti o futuri restano impegnati alla osservanza delle leggi relative allo interesse storico ed artistico della Cappella, con tutto il suo patrimonio artistico e monumentale, con i suoi caratteri costruttivi, gli affreschi alle pareti, l’altare, il pavimento, il trittico di scuola Senese, i sepolcri del Cardinale Enrico, dell’Arcivescovo Filippo e dell’Orso Minutolo, nonché la edicoletta gotica nella piccola sagrestia attigua alla Cappella, giusta la notifica del Ministero competente del cinque settembre millenovecentoventisette»; (art.17°)«Ognuno dei compatroni che intendesse di far celebrare nella Cappella di S. Pietro Apostolo e S. Anastasia Martire nel Duomo di Napoli, funzioni religiose attinenti ad amministrazione dei Sacramenti da impartirsi a lui o a suoi stretti congiunti e a scopi propiziatori, satisfattorii o di ringraziamento all’Altissimo, ne avrà il diritto compatibilmente con quanto dal Comitato di cui all’art- 11° disposto per le ordinarie funzioni, ed il Presidente del Comitato dovrà, senz’altro disporre l’apertura della Cappella». Tuttora l’accesso alla cappella Minutolo è regolamentata da tale statuto e possono entrare solo gli aventi diritto per gli usi consentiti; oltre al principe di Canosa e alla sua discendenza, possono accedere i membri della sua famiglia e del ramo cadetto dei principi di Canosa, il ramo dei duchi del Sasso, di San Valentino e dei marchesi di Bugnano.

Nella navata destra – Nella piccola sagrestia attigua alla cappella. Edicoletta gotica dei primi del quattrocento, con colonnine tortili, pampini intagliati nei timpani e due angioletti nelle cuspidi laterali. 

L’opera appartiene alla scuola dell’Abate Baboccio.

Navata destra

Caratteri costruttivi – Costruzione di architettura gotica, con volta a crociera, cordonata, composta di due campate ed un vano absidale a costoloni ad ogiva, oltre l’arco maggiore parimente a sesto acuto.

Pavimento – Composto con bellissimi frammenti d’impiantito cosmatesco ed ha nel centro un clipeo in marmo bianco con l’arma dei Minutolo (un leone rampante variato).

Affreschi – Le pareti sono tutte affrescate, ma dipinte completamente lasciano intravedere poche tracce della decorazione originaria trecentesca e del secolo seguente.

 

Altare – La mensa è sostenuta da due colonnine tortini. Il paliotto è formato da un importantissimo grafito di stile bizantino raffigurante una porta ad arco tondo con soprasesto impiantato su colonnine tortili, con ai lati le figure di Aronne e Zaccaria, reggenti il turibolo. Nell’interno del sarcofago è una croce ansata in vetro. Altri pezzi di pasta vitrea sono nella mitra, nei turiboli ed altrove. Il marmo ha carattere dei tempi normanni, con iscrizione al piede in carattere neo-gotici riguardanti l’Arcivescovo Filippo Minutolo.

Nella navata destra – Accanto al sepolcro del Cardinale Enrico Minutolo.

 Sepolcro di Orso Minutolo, Arcivescovo di Salerno (morto 1333). Il sarcofago reca clipei con le figure e bassorilievi dei Santi Pietro e Paolo e nel centro la Madonna col Bambino, di scultura mediocre. Nel lato sottostante la testa del defunto è l’arma dei Minutolo. Il prelato è rappresentato similmente disteso sul letto di morte con mitra, casula e pallina.

Sepolcro del Cardinale Enrico Minutolo. Consta d’un grande baldacchino sostenuto da colonne tortili poggianti su leoni accosciati, reca nel timpano l’arma dei Minutolo e nella parte estrema hanno le funzioni di acroteri, quattro statuine rappresentanti la Madonna col Bambino, l’angelo e la la Vergine dell’Annunciazione ed un’altra statuina. Al di sotto del baldacchino sta il sarcofago con santi a bassorilievo e nel centro il presepe. Il sarcofago poggiasi su due virtù alate. Al di sopra è la statua giacente del sepolcro in abiti pontificali, assistita da due angeli. Altre due angeli sollevano le cortili mostrando la camera mortuaria. Al di sopra statue rappresentanti il Calvario, il Crocifisso, tra la Vergine e S.Giovanni. Il monumento è lavorato nelle forme pisane di Tino da Caimano, dall’Abate Baboccio.

Sepolcro dell’Arcivescovo Filippo Minutolo (morto il 1301). Consta di un sarcofago con mosaici vitrei e clipei marmorei di stile cos   tesco; sostenuto da sette colonnine tortili di varie foggie. Al di sopra è la statua giacente dell’illustre prelato con mitra, casula e pallium crucigero.

Trittico in legno su fondo oro. Nella tavola centrale è rappresentato il Crocifisso in grande aureola circondata da angeli, in grembo l’Eterno Padre. In alto il pellicano nel nido che nutre i suoi nati. Negli sportelli laterali, in quello di destra S.Ludovico da Tolone e S. Giovanni Battista; in quello di sinistro S. Pellegrino e S. Anastasia.

Sopra gli archetti pensili delle ali del trittico due profeti in tondi.

Nelle cuspidi il Redentore nel mezzo e la Madonna e L’angelo dell’Annunciazione ai lati.

Il dipinto, pubblicato dal Venturi nel quinto volume della sua storia dell’arte (pag.756, figura 605) è attribuita da lui a Paolo di Giovanni Fei (1372-1410).

Pavimento – Composto con bellissimi frammenti d’impiantito cosmatesco ed ha nel centro un clipeo in marmo bianco con l’arma dei Minutolo (un leone rampante variato).

Sepolcro di Orso Minutolo, Arcivescovo di Salerno (morto 1333). Il sarcofago reca clipei con le figure e bassorilievi dei Santi Pietro e Paolo e nel centro la Madonna col Bambino, di scultura mediocre. Nel lato sottostante la testa del defunto è l’arma dei Minutolo. Il prelato è rappresentato similmente disteso sul letto di morte con mitra, casula e pallina. Sepolcro del Cardinale Enrico Minutolo. Consta d’un grande baldacchino sostenuto da colonne tortili poggianti su leoni accosciati, reca nel timpano l’arma dei Minutolo e nella parte estrema hanno le funzioni di acroteri, quattro statuine rappresentanti la Madonna col Bambino, l’angelo e la la Vergine dell’Annunciazione ed un’altra statuina. Al di sotto del baldacchino sta il sarcofago con santi a bassorilievo e nel centro il presepe. Il sarcofago poggiasi su due virtù alate. Al di sopra è la statua giacente del sepolcro in abiti pontificali, assistita da due angeli. Altre due angeli sollevano le cortili mostrando la camera mortuaria. Al di sopra statue rappresentanti il Calvario, il Crocifisso, tra la Vergine e S.Giovanni. Il monumento è lavorato nelle forme pisane di Tino da Caimano, dall’Abate Baboccio. Sepolcro dell’Arcivescovo Filippo Minutolo (morto il 1301). Consta di un sarcofago con mosaici vitrei e clipei marmorei di stile cos   tesco; sostenuto da sette colonnine tortili di varie foggie. Al di sopra è la statua giacente dell’illustre prelato con mitra, casula e pallium crucigero.

Navata destra Caratteri costruttivi – Costruzione di architettura gotica, con volta a crociera, cordonata, composta di due campate ed un vano absidale a costoloni ad ogiva, oltre l’arco maggiore parimente a sesto acuto. Affreschi – Le pareti sono tutte affrescate, ma dipinte completamente lasciano intravedere poche tracce della decorazione originaria trecentesca e del secolo seguente.

Elenco dei personaggi lato sx della Cappella.

  1. LANDULFO nel 1240 era annoverato tra i Baroni del Regno; nel 1294 fu nominato vicerè di Provincie sotto i re angioini.
  2. LIGORIO nel 1260 era annoverato tra i baroni del Regno, ottenne da re Carlo I d’Angiò l’onorificenza di cavaliere, e nel 1294 fu nominato da re Carlo II d’Angiò castellano di Castel Capuano; ebbe il compito di abbellire la sala per ricevere il papa Celestino V. Nel 1297 fu vicerè di Terra di Bari (chiamata sin dall’antichità Campania Felix, con Napoli capitale del Regno e della Provincia).
  3. FILIPPO, vivente nel 1242, abile con le armi e con la dialettica, prese l’abito clericale, fu familiare e consigliere di re Carlo I; è stato ambasciatore in Toscana. Fu poi nominato arcivescovo di Salerno.
  4. COSTANTINO, vivente nel 1250, servì i re Svevi e Carlo I d’Angiò; per i servigi resi fu nominato capitano dei balestrieri ed ottenne la terra d’Orsomarso in Calabria.
  5. RUGGIERO, vivente nel 1250, valoroso combattente sotto le insegne sveve e angioine, ebbe da re Carlo I d’Angiò il privilegio, più unico che raro in quei tempi, di innalzare sulle insegne del Casato l’elmo con la corona.
  6. GIOVANNI, vivente nel 1268, ebbe in dono molti stabili in Napoli per aver valorosamente combattuto contro i Saraceni.
  7. LANDULFO II, vivente nel 1281, fu creato cavaliere da re Carlo II d’Angiò che lo volle come suo cameriere maggiore; ebbe in dono le terre d’Alvito, Settefrati, S. Donato, Campoli e Posta.
  8. LANCIA, vivente nel 1289; il vero nome era GIACOMO, fu chiamato Lancia per la sua abilità nelle giostre. Fu Signore di Vassalli in terra di Somma e nel 1294 fu nominato vicerè di Lucera (capoluogo) sino al 1807 e poi Foggia.
  9. GUARAZIO, vivente nel 1290, figlio di Landulfo II, fu creato cavaliere da re Roberto II d’Angiò che di sua mano gli diede il cingolo militare.
  10. PIETRO, vivente nel 1282, ricoprì l’incarico di uno dei sette grandi uffici del Regno; prese in moglie la nobildonna Isabella Rebursa.
  11. GIOVANNI II, vivente nel 1295, creato cavaliere da re Carlo II, fu vice ammiraglio del Regno e vicerè di Principato.
  12. TURZA, vivente del 1400, Signora di Pescarola e moglie di Galeotto Carafa. Sostenitrice degli angioini contrastò coraggiosamente, senza riuscirci, le mire espansionistiche di re Alfonso I d’Aragona.

Elenco dei personaggi lato dx della Cappella.

  1. RICCARDO, vivente nel 1310; cavaliere, familiare e consigliere di re Roberto e della regina Giovanna I d’Angiò; nel 1343 fu vicerè e capitano di guerra in Terra di Otranto. Accompagnò il principe di Taranto nell’impresa di Grecia. Quasi tutti i rappresentanti di Casa Minutolo erano cavalieri dell’Ordine del Nodo.
  2. PIETRO II, vivente nel 1323; fu consigliere della regina Giovanna II di Durazzo, nel 1347 fu nominato vicerè e generale capitano di Calabria. Ebbe in dono molti feudi e fu onorato del titolo di Compagno di Filippo principe di Taranto e imperatore di Costantinopoli.
  3. ROBERTO, vivente nel 1325, detto anche Uberto; fu consigliere di Stato di re Roberto e vicerè in Calabria per la regina Giovanna I.
  4. LODOVICO, vivente nel 1326, cameriere e familiare di re Roberto II d’Angiò, fu valoroso combattente nella guerra di Toscana, sotto le insegne di Carlo, duca di Calabria.
  5. TOMMASO, vivente nel 1326, annoverato tra i baroni del Regno nel 1321; fu vicerè e vicario generale del contado d’Alba.
  6. ERRICO, arcivescovo di Napoli nel 1389, già sopra citato.
  7. FILIPPO, vivente nel 1330, figlio del citato Riccardo, detto Pallotto, ebbe  il cingolo militare da Re Roberto, di cui fu consigliere, familiare e vicerè della provincia d’Otranto, dopo il padre.
  8. LISOLO, vivente nel 1359, fu uno dei più abili cavalieri del Casato; dopo una scaramuccia tra i soldati di re Carlo III di Durazzo e di Luigi d’Angiò in cui morirono sessantacinque cavalli del sovrano di Napoli, Lisolo si portò sotto le tende nemiche e sfidò a duello chiunque volesse impugnare le armi. Accettò la sfida il più valoroso combattente tedesco; al primo scontro Lisolo lo uccise trapassandogli il petto con la sua lancia. Fu Gran Siniscalco del Regno di Napoli.
  9. NANNULO, vivente nel 1372; Signore di Torre del Greco, il suo vero nome era Giovanni e fu il primo Signore di San Valentino. Fu cavaliere fedelissimo della regina Giovanna I, cameriere e capitano di re Carlo III e consigliere di Stato di re Ladislao di Durazzo.
  10. ORSO, vivente nel 1377, canonico, portava sul cimiero una testa d’orso; fece costruire un magnifico palazzo di fronte il Duomo di Napoli, fece portare la salma di re Andrea, marito della regina Giovanna I, da Aversa a Napoli.
  11. NICCOLO’, vivente nel 1385, ottenne da re Carlo III  Neviano e Melissano col titolo di barone, in Terra d’Otranto. Fu Ciamberlano e Gran Siniscalco di re Ladislao di Durazzo che gli donò la terra di Montefuscolo.
  12. MARTUCCELLO, vivente nel 1386, fu cavaliere, familiare di re Carlo III che lo nominò vicerè in Terra di Bari.
  13. BARNABA BERNABO’, vivente nel 1387, cavaliere e Ciamberlano di re Ladilao di Durazzo, fu Signore di Casolla e S. Aitore, feudi posseduti poi da Fabrizio Capece Minutolo, principe di Canosa, suo discendente.
  14. PERCIVALLO, vivente nel 1400, fu Signore di Giugliano e cavaliere di re Ladislao di Durazzo.
  15. URSILLO, vivente nel 1460, sin da giovanissimo attirò l’ammirazione di tutti i cavalieri per la maestria nei combattimenti, tanto è vero che re Ferdinando I d’Aragona lo volle subito impiegare nelle guerre. Negli scontri con gli avversari si comportò da eroe, lo fu altrettanto quando accettò da buon cristiano, a soli diciassette anni, la morte giunta a causa di una forte febbre. Il tutto fu raccontato magistralmente dal dotto Antonio detto il Panormita.
  16. LUIGI, vivente nel 1460, fu Signore di Monte S. Angelo, Cività e Nocera; si schierò dalla parte del duca Giovanni d’Angiò contro Ferdinando I. Dopo aver perso il castello di Nocera, si rifugiò a Monte S. Angelo che fu espugnata dalle milizie napoletane-aragonese. Luigi riuscì a salvarsi e fuggì dal Regno di Napoli.
  17. MARGARITA, vivente nel 1462, sorella del citato Luigi. Sposò Giovanni Guagliart, potente Signore della città di Castellammare di Stabia, ammesso nel parentado dei Minutolo nel Sedile di Capuana. Margarita consigliò e convinse il marito a schierarsi, come il fratello Luigi, con il duca Giovanni, mettendo a disposizione di quest’ultimo la fortezza di Castellammare di Stabia, espugnata poi da re Ferdinando I.
    Margarita, per non perdere i beni e la vita, usò tutta la sua diplomazia ed ottenne, per sé e suo marito, la riconciliazione col sovrano di Napoli, il quale concesse tutto quanto ella chiese.

Elenco dei personaggi dipinti sulla parete lato dx sagrestia della Cappella.

Trittico esposto a Siena

Paolo di Giovanni Fei (Siena, documentato dal 1369 al 1411 )

 Thronus Cratiae tra i due dolenti e la Maddalena; Annunciazione; Santi Nicola Pellegrino,

Anastasia, Giovanni Battista, Gennaro

(trittico), 1407-1408

Tempera e oro su tavola, cm 117 x 121; cm 126 x 146 (con l’aggiunta di base e gattoni rampanti)

Napoli, Duomo, cappella Capece Minutolo Iscrizioni: sul cartiglio del Battista

“Ecce Agnus [Dei qu i tollit peccata Mundi” (Giovanni, 1, 29); sul cartiglio di I saia

“Ecce Virgo concip (iet et pariet filium)”

(Isaia, 7, 14)

Il trittico, restaurato in occasione della mostra da Maria Teresa De Falco e Francesco Virnicchi (sotto la direzione di Laura Giusti), si presenta in con­ dizioni eccellenti. La superficie dei tre scomparti è decorata a pastiglia e impreziosita da sferette di vetro, oggi per lo più perdute. I gattoni rampanti che sormontano i pannelli, così come la base, so­ no aggiunte tarde, forse frutto di un intervento di restauro settecentesco, come si ricavava da un’iscri­zione menzionata dalle fonti e oggi non più visibi­le (Sersale 1778, p. 64). Tra i pannelli laterali e il corpo centrale furono aggiunti dei listelli in legno verticali e le antiche cerniere vennero sostituite da quattro perni metallici inchiodati. Tali inserti ave­ vano lo scopo di bloccare le ante del trittico,  im­pedendone l’originale movimento. Sul retro è visibile il gancio metallico che serviva ad appendere il trittico a guisa di quadro da parete; l’aggiunta di tale elemento ha causato l’alterazione della super­ficie sul prospetto frontale, in corrispondenza del Redentore. La parte tergale reca al centro una de­corazione a fimi marmi in forma di compasso go­tico, mentre sulle ante un ornamento a bulino e pun­zoni crea una cornice geometrica all’interno della quale si sviluppano dei motivi vegetali e lo stem­ma del cardinale Enrico Minutolo, raffigurante un leone rampante, di vaio con testa e zampe d’oro, su campo rosso (steso a lacca).

L’altarolo è custodito nel Duomo di Napoli, nella  cappella della famiglia Minutolo, un ambiente che, nel suo aspetto attuale, costituisce uno straordinario insieme di scultura e pittura, serbatosi con poche variazioni dal XV secolo (Ricciardi2007 ,pp. 117-140). Come ricorda Benedetto Sersale (1778, p. 63), l’opera giunse nell’attua­ le sede alla morte del cardinale Enrico Minutolo, avvenuta nel 1412.Secondo la puntuale ricostruzione di Michael Mallory (1966, pp. 87-88), essa sarebbe stata realizzata tra il 1407 e il 1408: fra il settembre e il gennaio di quegli anni, infatti, il cardinale si trovava a Sie­na al seguito di papa Gregorio XII, in occasione delle  trattative intraprese da quest’ultimo per la riunificazio­ne della chiesa afflitta dal Grande Scisma. Fu verosimilmente in quella circostanza che egli commissionò all’art­ista l’esecuzione dell’altarolo, che divenne – secondo il Sersale (1778, p. 63) -il suo “indivisibile compagno “,

  • innanzi a cui, in qualunque luogo egli  si portava, celebrava il santo sacrificio della Messa”.
  • nel pannello centrale, dentro una mandorla sorretta da cherubini e serafini, è raffigurato un imponente Dio Padre in trono, che regge il Cristo in croce. Tale raffigurazione trinitaria, che prende il nome di Thronus Gratiae dalle parole della Lettera di san Paolo agli Ebrei (4, 16), a Siena, nel Trecento, è attestata in un discreto numero di esemplari (Schimdt 2005, pp. 246-247). In questo caso, la figurazione della Trinità s’intreccia a quella della Crocifissione, per via della presenza del­ la Madonna, di san Giovanni Evangelica e della Mad­dalena ai piedi della croce. Nelle ali del trittico, in uno spazio definito da archetti a pastiglia, troviamo a sinistra un giovane santo -scalzo, con un grosso cappel­lo sulle spalle, una scarsella, un bastone da pellegrino e una crocetta stretta nella sinistra -e una figura femminile coronata, che reca una croce e un libro. Gli at­tributi del santo – ritenuto da Mallory (1966, pp. 87-88) san Pellegrino, patrono di Lucca e Modena -rendono tuttavia più plausibile l’identificazione, testimoniata dalle fonti locali, con san Nicola Pellegri­ no patrono di Trani, città di cui il cardinale Minutolo fu arcivescovo (Ricciardi 2007, pp. LJ5-LJ6 nota 55). La santa principessa, già identificata come Caterina d’Alessandria (Mallory 1966, p. 86), è invece da individuare in Anastasia. Il Minutolo, infatti, nel 1389 fu creato cardinale col titolo di tale santa (Mallory 1966, pp. 86-87), alla quale, per suo volere, fu dedicato l’altare maggiore della cappella, che è ricordata anche co­ me di “San Pietro Apostolo e Santa Anastasia Martire’ . Un’effigie di Anastasia, inoltre, appare sul sepolcro del Minutolo (Ricciardi 2007 , pp. 119, 123, 135-136 nota 55, 138- 139 nota 67). Le due figure sono sor­ montate da un tondo animato dall’immagine di un    misterioso profeta e, nella cuspide, dall’arcangelo Gabriele. Nello sportello di destra, invece, troviamo il Battista (talora confuso con san Girolamo: Ricciardi 2007, pp. 135-136 nota 55), un santo vescovo col pastorale, la palma del martirio e un libro – certamente Gennaro-, il profeta Isaia e l’Annunciata. La scena dell’Annunciazione è completata dal busco del Redentore benedicente nella cuspide della tavola centrale.

Le prime notizie sul trittico -inserito da Bernardo De Dominici (1742-1745, ed. 2003, I, pp. 75 -76, 86-87;

  1. D’Ovidio, P. Feliciano, in De Dominici 1742-1745, ed. 2003, 1, pp. 65-67) nel catalogo del fantomatico Tommaso de’ Stefani -s’incontrano nel settecentesco Discorso istorico intorno alla cappella de’ signori Minu­toli di Benedetto Sersale. L’erudito napoletano, infatti, racconta dell'”antichissima icona di legno” di proprie­tà del cardinale Enrico, ricordando, inoltre, un’iscrizio­ne oggi perduta, che ne riportava la data di morte (1412) (Sersale 1778, pp,63-64). Menzionata in seguito con un riferimento al primo Trecento e attribuita a Giotto o      Simone Martini (Seroux d’Agincourt 1823, VI, pl. CXXXIV; Loreto 1849, pp. 78-80; Galante 1873, pp. 14-15; Ruffo 1893, p. 3), l’opera fu riportata entro coordinare più plausibili da Giovan Battista Cavalcaselle, che la ritenne una testimonianza dell’attività napoletana di Andrea Vanni (Cavalcaselle, Crowe 1883- 1908, I, pp. 551-552; III, p. 249). Fu Frederick Mason Perkins (1903, p. 325) a riferirla per primo a Paolo di Giovanni Fei; poco tempo dopo, Bernard Berenson (1903, p. 176 nota 1) accettava di buon grado l’idea e precisava, sulla scorta della data riportata dalle fonti, una datazione intorno al 1412. Accolto da Adolfo Ven­turi (1907, pp. 746-747), tale riferimento fu ripreso e ridiscusso da Langton Douglas (in Cavacaselle, Crowe 1903- 1914, III, pp. 128, 131-132), trovando in se­guito pieno consenso.

A partire dal 1964 Michael Mallory (1964, p. 530; 1966,

  1. 85-89; 1976, pp. 166- 177,240-241, cat. 23) ha ar­gomentato una collocazione dell’opera nella tarda attività del Fei. La documentata presenza del cardinale Minutolo a Siena era il 1407 e il 1408 fornisce, infatti, un valido appiglio per la data creazione del dipinto e un fond­amentale “punto fermo” nella cronologia dell’artista, largamente condiviso (Fattorini 2008d, p. 174).

L’intensa espressività dei personaggi, l’accentuazione calligrafica delle vesti, la maggiore libertà nella disposizione delle figure nello spazio, danno conto del tem­po che separa il trittico Minutolo da opere come la Madonna dell’Umiltà dell’Opera del Duomo di Siena (car. E.7), ponendolo accanto alle sue prove tarde, quali il polittico di San Bernardino al Prato, collocabile nel primo decennio del Quattrocento (Fattorini 2008d, p. 177). Tuttavia, nel realizzare quello che diventò “l’in­ divisibil compagno” del cardinale, l’anziano Paolo di Giovanni Fei non perde la diligente preziosità che lo ha contraddistinto per tutto il suo percorso artistico, mantenendosi su standard qualitativi impeccabili . Il pittore risulta inoltre capace, nei suoi anni estremi, di reagire con sensibilità alle sollecitazioni introdotte a Sie­na dal ritorno di Jacopo della Quercia e Francesco di Valdambrino, portatori di una cultura aggiornata e complessa, in linea con l e tendenze del cosiddetto Go­tico internazionale. In un’opera ben conservata come il trittico Minutolo, tale crescita si apprezza nelle trasparenze delle stoffe, negli arabeschi degli orli, nella più morbida consistenza delle cose. Senza che questo intacchi minimamente la predilezione dell’artista per uno sfoggio tutto neotrecentesco di decorazioni a punzone e a pastiglia, che ne fanno il più irriducibile de­ gli ammiratori di Simone Martini. A quell’ideale il Fei guarda anche nell’adozione di una gamma cromatica giocata su tinte luccicanti e smaltate che, insieme alla minuziosa lavorazione dell’oro, conferiscono all’opera un senso di grande preziosità.

Federica Siddi (tratto dal catalogo della mostra).

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